Ora che t’ho acquistato, vorrei anche aprirti!

Packaging folli, scomodi, difficili, improponibili, impresentabili.

Vi è mai capitato di aprire una confezione di macchinine in scala, o i vestitini della Barbie o un giocattolo meccanico con batterie (e stendiamo un velo pietoso sulle batterie regolarmente non incluse)? Avete provato a stagliuzzarvi le mani, sbrindellarvi le unghie e infine cercare le cesoie da lattoniere per aprire quel contenitore di cartone, con rivestimento plastico, vassoio in polistirolo, agganci in metallo o fil di ferro, sacco in pvc e chissà cos’altro, da dividere più o meno equamente in 4 o 5 contenitori per la raccolta differenziata? E magari sentire il pargolo frignare perché era più bello quando ancora impacchettato? Queste sono le gioie di un packaging “folle”, pensato solo per lo scaffale e non per l’utente.

Il packaging di qualità confina con l’arte quando sa essere razionale, bello, accattivante, sorprendente, ma sempre a portata di un comune umano, dotato di una media manualità. Qui le battute su Ikea e le sue istruzioni per i kit di montaggio han fatto scuola e si sprecano. Dare forme improbabili, non impilabili, non inscatolabili, può essere un’arma a doppio taglio, da un lato tanta visibilità, unicità, eleganza o puro trash, ma vi consegnerà anche l’odio imperituro di chi deve maneggiare il vostro articolo. Il packaging in un box di tre ettari quadrati per una sola fragola o una banana, è inspiegabile, a meno che la fragola non contenga agenti contaminanti tali che è prudente tenere a grande distanza dalle nostri mani. Una cuffietta wi-fi blisterata in una confezione quasi impossibile da aprire se non con una sega a nastro, è un prodotto poco pratico, e non porterà il vostro creativo ad un sereno trapasso. Lo so quanti accidenti gli avete tirato. Da notare che è in vendita una clipper per aprire proprio quei tipi di packaging, ovviamente anch’essa blisterata!

La denominazione del nostro prodotto potrebbe essere d’impaccio se il packaging non ne terrà conto o verrà accostato ad altri prodotti a confronto dei quali potrebbe suscitare ilarità o disgusto. Lo stesso vale per il disegno e il coloring (chiedere a Tesco per il loro Buttermilk) dove le allusioni sessuali possono essere involontarie, ma più spesso assolutamente volute.
La rassegna di prodotti dai nomi improbabili o tradotti malamente è infinita, affidatevi a professionisti prima di attribuire un naming corretto ai vostri prodotti. Controllate le assonanze in altre lingue prima di appiccicarle alle vostre confezioni e di venderle all’estero, o finirete come la catena di supermercati spagnola CON che in francese significa fesso!

Luigi Carnevali

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